20 – L’ALTALENA

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Lo aspettavo in camera, l’ennesima. Stavolta rossa, calda e accesa.
Non mi sembrava vero essere di nuovo lì, vivere ancora quell’attesa di lui, di noi, con la consapevolezza esaltante che di lì a poco ci saremmo rivisti.
Mi era mancato tantissimo. La sua assenza era stata così insopportabile che m’era pesata addosso come un macigno.
Mi ero truccata e vestita come una escort di lusso. Avevo sintonizzato la tv su un canale musicale e sorridevo guardandomi allo specchio, perché mi vedevo bella e senza ombre ed è solo quando gli occhi non sono più cerchiati che puoi tornare a disegnar le stelle.
Ero felice, ancheggiavo dolcemente accennando dei piccoli passi di danza e l’attendevo nella camera rossa, fra musica, sorrisi e colori.
Forse racconterò così un giorno se narrerò di noi: parlerò di un tempo in cui la mia vita era un turbinio di musica e colori e io ridevo sempre.

Udii bussare piano alla porta. Aprii e mi gettai subito addosso a lui, beandomi del suo abbraccio, del suo calore, la sua voce e i suoi baci.
Andrea mi stringeva piano, con delicatezza, come qualcosa di prezioso e fragile. Sapevo che era leggero nel tocco perché non stavo ancora bene, ma la gioia di essere insieme mi faceva desiderare di essere stretta e strapazzata: volevo sentire col dolore fisico la sua presenza, volevo che mi urlasse dentro che era vero e non un sogno, una mia fantasia.
Cominciai ad addossarmi freneticamente a lui, a premergli il seno sul torace, a dargli delle strette più forti nelle spalle e sul collo, come a sollecitarlo di abbracciarmi di più e più energicamente.
Andrea si staccò lentamente e, accarezzandomi dolcemente il viso, mi sussurrò “Piano amore”. Poi mi condusse delicatamente a letto e mi fece sedere.
Era in piedi, davanti a me. Un gigante alto e imponente che, protettivo, mi parlava d’amore.
Chiusi gli occhi e per un po’ mi lasciai cullare da quelle parole dolci e mielate.
Poi sgranai gli occhi.
Lo volevo. Urgentemente. Un desiderio potente e prepotente. Senza edulcorazioni. Lo volevo nudo e crudo, come la verità.
Il mio viso era all’altezza del suo bacino e lo abbracciai. Gli circondai le natiche con le braccia e poggiai la guancia sulla sua patta, godendo del ruvido e freddo della sua cerniera lampo che cominciò a tendersi.
Andrea si abbassò per darmi un bacio lieve sulle labbra. Mi disse che gli ero mancata tanto e mi chiese come stavo.
Gli misi le mani sulle spalle, spingendolo verso l’alto, per fargli riassumere la posizione eretta. “Sto bene” risposi “E fra poco starò ancora meglio”.
Presi ad armeggiare piano con la sua cintura, imponendo alle mie dita tremanti una lentezza esasperante. Gli slacciai la fibbia, abbassai cerniera e pantaloni, sollevai lo sguardo e gli sorrisi. Pure lui sorrideva.
Eravamo noi. Di nuovo noi. Eravamo tornati e lo sentivamo, perchè l’intimità e la fiducia le senti potenti nell’aria, calde e avvolgenti.
Soffiai sui suoi slip in tensione, seguendo il rigonfiamento dell’uccello già pronto; poi abbassai l’elastico e lo tirai fuori.
M’incantai a guardarlo, come una bimba felice davanti al suo regalo la mattina di Natale, e mi avvicinai con le labbra. Dapprima gli sfiorai appena la punta del cazzo con la lingua, poi lo feci scivolare piano piano tutto nella bocca, facendolo arrivare in gola. Ispiravo forte il suo odore con le narici affondate fra i riccioli neri del pube e rimasi immobile, la bocca interamente farcita, a gustarmi quella fantastica pienezza di lui.
Andrea sussultò e poggiò le mani sui miei capelli, senza però impormi un qualche ritmo. Io gli presi una mano e la portai sulla faccia anteriore del mio collo, il palmo aperto sulla gola. Volevo che sentisse da lì come il suo cazzo mi riempiva e come di lì a poco mi avrebbe scopato la bocca. Cominciai a succhiargli l’uccello piano, prima timida e rispettosa, poi sempre più decisa e sicura: lo facevo fuoriuscire irrorandolo perbene di saliva e poi di nuovo affondare, fino a quel delizioso colpo in fondo alla gola che ogni volta gli strappava un gemito.
E poi di nuovo. E di nuovo.
Lui fece un paio di tentativi di farmi scostare “Ti voglio prendere” mi diceva, “Voglio essere dentro di te”, ma io non cedevo. Succhiavo e pompavo come fosse la mia unica ragione di vita.
Misi la mia mano sulla sua, quella che aveva sulla mia gola, godendo nel sentire le spinte del cazzo pure da lì, e con le dita risalii lungo il suo braccio fino alla spalla, tirandolo giù.
Lasciai l’uccello e Andrea si abbassò, avvicinando il suo viso al mio. Lo guardai seria. “Dammi la lingua” mormorai. Gli brillarono gli occhi, ubbidì e cacciò fuori la lingua, che cominciai a succhiare e gustare avidamente. La facevo entrare e uscire dalla mia bocca, la stringevo fra la mia lingua e palato, l’assaporavo. Ogni tanto gliela lasciavo per leccargli e mordicchiargli le labbra.
Mi staccai e gli dissi imperiosa “Dammi ancora cazzo”. Andrea sospirò e tornò su, offrendomi nuovamente il cazzo davanti la faccia. Accolsi l’uccello in bocca, di nuovo fino in gola e ripresi la pompa.
Provavo un piacere inaudito. Tornai a colpirgli la spalla con la mano, invitandolo a venir giù. Abbandonavo il cazzo per succhiargli la lingua, per respirare il suo respiro caldo e bere la sua saliva. Un lieve tocco alla spalla e lui tornava su e mi ridava il cazzo. E poi ancora lingua. E poi ancora cazzo. E ancora. E ancora.
Mi gustavo l’alternanza di lingua e di cazzo ad occhi chiusi, come su un’altalena, col cuore che mi palpitava forte in petto e nella fica, sorprendendomi di quanta pressione potessero contenere le mie vene.
Allora era servito respirare sogni presuntuosi! Era servito concedersi a quel che mi si era rivelato dentro e m’aveva fatto diventare quel grumo pulsante di vita, desiderio e felicità che ormai ero..!
Ero accaldata e mi girava la testa: quell’altalena di lingua e di cazzo mi stava facendo impazzire. Boccheggiavo e mi leccavo le labbra – gonfie, calde e dolenti – nel breve attimo che restavo a bocca vuota. Poi finalmente il suo uccello, brillante e lucido della mia saliva, svettava davanti il mio viso e tornava a scorrermi in gola, ad andare su e giù, sempre più duro e più caldo. Il mio tocco alla sua spalla, come una bacchetta magica, decideva il cambio, e allora giungevano le sue labbra e la sua lingua, il suo fiato umido e caldo, che respiravo, leccavo e assaporavo forte, fino al prossimo giro di cazzo.
Ero scossa dai brividi, per l’eccitazione e per la febbricitante consapevolezza che non sarei più tornata a com’ero prima, a prima di lui, a prima di quella passione che mi aveva cambiata, inesorabilmente e inevitabilmente. Perché il potente uragano muta sempre la spiaggia.
L’altalena aumentò progressivamente la frequenza delle sue oscillazioni: lingua e cazzo si davano il cambio sempre più rapidamente nella mia bocca. Avrei continuato all’infinito, e forse non ne sarei mai stata sazia, quando capii che Andrea non avrebbe resistito oltre: ne conoscevo i fremiti, i ritmi, le pulsazioni.
Non ci fu bisogno di dire nulla: eravamo un corpo unico che si muoveva come comandato da un solo desiderio. Che era il nostro. Unico e identico.
Gli volsi le spalle, Andrea mi abbracciò da dietro e furono quattro mani, le mie e le sue, che andarono a sollevarmi il vestito. Sincrone e perfettamente coordinate. Mi misi a quattro zampe sul letto, la schiena inarcata, il viso sul lenzuolo e lui mi bloccò la testa con una mano. Non poteva vedere la mia espressione, coperta com’ero dai capelli, ma sapeva che quel che voleva, e che avrebbe fatto, era esattamente quello che stavo desiderando, quello per cui stavo tremando.
Spostò un poco la stoffa delle mie mutandine, giusto quanto bastava, puntò la cappella verso l’ingresso della mia fica fradicia e iniziò a spingere lentamente, scivolando dentro poco per volta, respirando forte a ogni centimetro guadagnato, finché fu tutto dentro di me.
Restò così, quasi immobile, per un attimo lunghissimo, accennando solo un dondolio impercettibile per assecondare il mio bacino che aveva piccoli sussulti.
Poi con la mano mi spinse ancor più la testa contro il lenzuolo e cominciò a sbattermi così come volevo che facesse. Ora forte.. in fondo… più lento… ora fermo… ora di nuovo.. più veloce.. di nuovo lento..
Ansimava e ansimavo anch’io. Godevo di lui, del suo piacere e del mio, godevo nel sentirlo dentro e nel sentirlo godere.
I nostri corpi si mandavano segnali precisi, che interpretavamo l’un l’altra puntualmente ed esattamente. Contrazioni, fremiti, sospiri. Tutto era stimolo e risposta insieme. Lo stimolo e la risposta che volevamo e cercavamo.
Se ogni corpo ha il suo codice nascosto, inciso con lettere segrete, visibile e leggibile solo a una certa luce e da determinate mani, allora io di certo conoscevo il codice di Andrea. E lui il mio. Forse ce li eravamo scambiati in uno dei tanti momenti magici della nostra storia, oppure i nostri codici, a furia di farci tanto all’amore, avevano finito per assomigliarsi fino a diventare un codice solo.
O forse accadde quella prima volta in cui gli sorrisi e il mondo cambiò il suo asse, quando lui divenne tutto quello che volevo, e io divenni solo voglia di avere lui.
Ad ogni suo affondo mi perdevo e ritrovavo, ad ogni spinta mi disfacevo e riemergevo trionfante. Così come era accaduto a tutti i miei convincimenti e sicurezze che, con quella storia d’amore improbabile, si erano completamente frantumati ma mi avevano fatta rinascere, più forte e piu bella. Forse è proprio quando ci si sente così smarriti che si ama per davvero. Ché l’amore interrompe le nostre certezze, e ci governa lui.
Venni. Più volte. Il piacere era una nuvola che mi avvolgeva e attutiva ogni suono: sentivo i miei sospiri e quelli di lui come provenire da lontano. Anche il rumore dei nostri corpi che sbattevano l’uno contro l’altro e il rumore del materasso che sotto di noi sobbalzava, mi giungevano ovattati, distanti.
Mi allargò le natiche con le mani e fece cadere un po’ di saliva nel mezzo, introducendovi un dito. Mi sfuggì un grido di dolore e piacere allo stesso tempo. Un grido che fu come un segnale.
Andrea aumentò il ritmo e tutto si fece più forte e vivido. I suoni, i sospiri, le voci e il piacere.
Venimmo insieme, con i “Ti amo” confusi fra gemiti e mugolii, con l’anima che volava libera e il cuore in ostaggio, con le pulsazioni del suo uccello che riversavano dentro la fica palpitante il suo piacere in fiotti fluidi, caldi e cremosi.
Caddi esausta bocconi sul letto, con lui che era crollato addosso a me, ancora dentro me, e mi abbracciava forte. Il viso affondato fra i miei capelli.
Respiravamo con lo stesso ritmo e pensai che forse c’eravamo scambiati pure quello.
Quel ragazzo era davvero il mio sogno più bello e, pur se ero consapevole che un giorno vicino quella storia sarebbe finita (i 15 anni di differenza d’età fra noi erano davvero tanti), ero altrettanto certa che sarebbe rimasta sempre con me. Come quei sogni bellissimi che la luce del giorno non cancella e che la mattina dopo ti lasciano dentro un’emozione, una dolcezza che permane e che ti porti in giro.
Così lo amavo e vivevo: come un sogno bellissimo che mi sarebbe restato dentro e che nessun’alba avrebbe mai violato.

Anna Salvaje

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20 pensieri su “20 – L’ALTALENA

  1. ho letto subito, a ottobre.
    poi ho atteso. sono tornato ed ho riletto, e ho atteso ancora e ancora.
    e ogni volta i pensieri hanno battuto la stessa pista, dentro di me: ancora e ancora.
    e ho lasciato che attorno ai pensieri si coagulassero parole compiute, piccoli viaggi dentro il racconto e fuori dal racconto.
    e per ogni parola nuova una vecchia diventava scomoda o ingombrante, e ogni pensiero decretava la fine di uno precedente.
    e alla fine niente, non è rimasto che un ramo senza foglie, forte, definito, potente e puntato al cielo.
    che poi è la sintesi di quel che resta sotto la corteccia degli accadimenti, sotto le foglie delle tue voglie descritte come tu sai fare.
    mi sono reso conto che ogni capitolo di questa storia racchiude in sé l’intera storia tua e , sì, anche un po’ la mia.
    ho scritto una cosa, un giorno, sulle matrioske, le bambole russe di legno, quelle in cui quella che vedi (detta “madre”) è una donna che contiene un’altra donna che a sua volta ne contiene una terza e così via, per un numero di volte che in certi casi arriva a dieci – dodici , fino all’ultima, la più piccola e interna detta “seme”.
    ogni racconto qui contiene tutti gli altri e tutti contengono il seme di Salvaje.
    e questo è il massimo che si può scoprire leggendo, ovvero si scopre dove sei, ma non chi tu sia davvero.
    perché quello lo si può fare solo attraverso la pelle, e la tua pelle è ora dentro le parole che Andrea forse non metterà mai su carta, perché non ne ha alcun bisogno.
    e così ci si ritrova a passare di qui e leggere. ancora e ancora, sperando in una tenda spostata, in una fessura nella porta, in un mattone mancante, in uno spioncino dal quale si possa intravedere il seme di Salvaje.
    forse basterebbe semplicemente tenere il respiro per il tempo che serve, e poi ancora, e ancora.
    e poi auguri.

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  2. il 29 ottobre dl 2016 scrivevi queste cose.
    il 29 ottobre 2016 era un sabato, e google calendar mi permette di sapere a cosa pensassi in quei giorni, dove fossi.
    sono passati 8 mesi, da allora, e tutto è cambiato.
    e mentre tu ti ritrovi con un amore che si chiama andrea, io mi trovo a chiedermi che forma abbia un calessi, se è vero che le cose cambiano o se semplicemente ad un certo punto mostrano la loro vera forma.

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  3. Mi piace il tuo stile. È la prima volta che approccio il genere (nonostante non sia proprio di primo pelo gioisco che mi accadano ancora delle “prime volte”!), ho letto tutti i 20 capitoli avidamente, in un’unica soluzione ed adesso mi è rimasta la curiosità e la voglia di leggerti ancora ed ancora. Che dici? Certo, detto da uno che non scrive sul blog da 20 mesi la richiesta un po’ stride!

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