19 – LA CAMERA BIANCA

0

Arrivammo a Santa Margherita Ligure in treno, un giorno di pioggia di fine ottobre. Cinque giorni prima del giorno in cui avrei affrontato una prova importante che la vita aveva deciso di riservarmi.
Era stata una sua idea. La sorpresa, la vacanza, quei tre giorni rubati alla mia quotidianità di madre di famiglia. Tre giorni col ragazzo che adoravo. Via da marito e figli, dal pensiero di quella prova, dal lavoro e dalle preoccupazioni. Via dalla Anna che vestivo tutti i giorni.
Avevamo fatto il check-in ed eravamo al piano, davanti la porta della camera. Dovevo avere un’espressione triste, insolitamente triste, perché Andrea mi prese il viso fra le mani e mi sussurrò che tutto sarebbe andato bene, che tutto si sarebbe sistemato e che dopo sarei stata ancora più bella e luminosa. Lo abbracciai, rispondendo “Lo so”.
In realtà non stavo pensando a quel che mi aspettava fra cinque giorni, che mi preoccupava certo, ma non in quel momento. Pensavo a quanto mi sarebbe piaciuto andare via con lui per sempre, altrove, abbandonare la mia quotidianità, prendermi la mia felicità tutta intera, tutta in un boccone e non a sprazzi e a piccoli morsi, come facevo da un anno e passa. Anche alla luce di quel che di lì a poco avrei affrontato e che mi stava mostrando quanto la vita è un dono, che ti può essere strappato via all’improvviso, senza avvisi, avvisaglie o indizi, né ricevute o premi di una qualche natura se hai fatto “la brava”.
Lo abbracciai ancora più forte. Non saremmo mai andati via per davvero, lo sapevo, ma ero pure assolutamente sicura che non avrei rinunciato a quegli sprazzi di gioia, a quei piccoli morsi di vita, anche a costo di rischiare il reale del mio quotidiano, perché la felicità è riservata a chi non teme d’essere imprudente e irresponsabile.
Mi appoggiai a lui, col viso affondato sul suo collo a respirarne forte l’odore, e un brivido mi percorse tutta. Era incredibile quanto l’intensità del mio desiderio di lui non accennasse a placarsi o quanto meno affievolirsi. Anzi. Diveniva sempre più urgente e potente.
“Entriamo” lo incitai, spingendo il mio bacino contro il suo.
Andrea sorrise e mi disse di aspettare. Poi mi avvolse attorno agli occhi il foulard che avevo al collo e mi bendò.
Entrammo in quella stanza che per me era totalmente oscura. Poi avvertii le sue mani addosso a me che presero a spogliarmi.
Mi spogliava lentamente, con una calma esasperante, in silenzio. Accarezzando e sfiorando con un bacio ogni lembo di pelle che scopriva. I suoi gesti erano di una dolcezza infinita, salvo divenire fermi e imperiosi per farmi stare ferma, per bloccare le risposte che inevitabilmente le mie mani, la mia bocca e tutto il mio corpo fremevano e volevano dare alle sue carezze, a quel dolce e lento denudarmi.
Finì di spogliarmi e si allontanò da me.
Rimasi nuda, in piedi, gli occhi bendati, la bocca dischiusa. Lo sentivo nell’aria: avvertivo i suoi movimenti, annusavo il suo odore e tutta la mia pelle, nuda ed esposta, percepiva la sua, il calore del suo corpo.
Andrea avvicinò la bocca alla mia. Non appena mi giunse il suo fiato umido e caldo, cominciai a respirarlo forte, affannata, come ossigeno dopo una lunga e forzata apnea.
La sua lingua mi percorreva le labbra, guizzava per brevi attimi dentro la bocca a stuzzicare la mia, a solleticare il palato, i denti. Poi tornava alle labbra. Boccheggiavo, cercando di baciarlo. E tremavo: lui non mi toccava e io impazzivo.
I capezzoli turgidi, i brividi che mi percorrevano, il bisogno quasi insostenibile di aprire le gambe, lo stupore per quanta pressione potessero straordinariamente contenere le mie vene.
“Ti desidero da morire” mormorai. La sua bocca andò al mio orecchio e mi corresse, come tante volte avevo fatto io con lui. “Da vivere” sussurrò “mi desideri da vivere”.
Era vero. “Ti desidero da morire” è fuorviante. Ci si desidera da vivere. Perché desiderare è vita: è a non ascoltare il desiderio che ci si ammala.
Non ce la feci più.
Tolsi il foulard dagli occhi e fui investita da un’ondata di bianco. La camera era interamente bianca: muri, pavimento, mobili, oggetti, infissi, biancheria.
Ero immersa in una nuvola candida.
Andrea mi guardava, con quegli occhi annacquati di desiderio che mi facevano impazzire. Respirai forte e mi imposi di vincere la tentazione di strusciarmi addosso a lui, di prendergli la mano e portarmela tra le cosce, di ansimargli parole sconce e non edulcorate, parole vere, come la passione che mi divorava fica, cuore e cervello. Parole nude e crude, come la verità.
Cominciai a spogliarlo, resistendo all’impulso di accarezzarlo, di baciarlo, annusarlo. Era così difficile sentire sotto le dita la sua pelle nuda e calda e non far scorrere i polpastrelli sopra a percepirne le vene e il calore.
Eravamo entrambi nudi adesso. Vicini, ma non ci toccavamo.
Salii sul letto e gli tesi la mano. “Vieni sulla nuvola” gli dissi. Andrea mi prese la mano e lentamente si fece addosso a me. Ci abbracciammo, distendendoci, facendo aderire interamente i nostri corpi nudi e cominciammo a rotolare piano sul letto.
Rotolavamo lentamente, tenendoci il viso fra le mani e guardandoci negli occhi. Rotolavamo, scambiandoci la posizione sotto/sopra, fluidamente.. come fossimo davvero sospesi in una nuvola bianca.
Poi la stessa immobilità da animali sorpresi da una luce improvvisa, lo stesso guizzo di urgenza negli occhi, quel riconoscersi carnale di noi e il tuffo in una passione non più trattenuta o frenata, con l’ansia innescata nelle mani e nelle lingue.
Gli montai su, mi accovacciai su di lui rimanendo un poco sospesa e, guardandolo negli occhi, mi leccai il palmo della mano.
Gli presi l’uccello in mano, duro, caldo, palpitante, e lo accarezzai con un movimento va e vieni che gli strappò un gemito roco. Poi, tenendogli stretta la base del cazzo, puntai la cappella verso la mia fica e scesi giù lentamente.
Guardavo i suoi occhi. Brillavano. E i guizzi di luce aumentavano via via che andavo giù e lo accoglievo.
Ero persa, completamente smarrita in quegli occhi scuri che splendevano nel bianco e in quel cazzo che m’affondava dentro piano e sembrava non finire mai.
Presi ad andare lentamente su e giù, puntandogli le mani sul torace e sospirando “Sì” ad ogni discesa.
Andrea gemeva e soffiava. Quando decise di averne abbastanza di quella tortura, mi mise le mani sotto le natiche, stringendole e strizzandole, e cominciò a muovermi lui, sbattendomi e facendomi impalare sul suo cazzo.
Era la mossa che volevo. Il mio ragazzo aveva un sincronismo perfetto con le mie voglie: in quel momento non chiedevo altro che assecondarlo e farmi sbattere su e giù da lui, in quel modo, nella nuvola bianca. Gli misi le mani sulla testa e gliela feci inclinare un poco in avanti, di modo che vedesse perbene lo spettacolo squisitamente osceno del nostro fottere.
Cominciai a mugolare e a venire, con lui che mi scopava forte e mi incitava “Godi amore mio, sono con te”.
E ancora. E ancora.
Quanto lo amavo. E quanto mi sentivo “destinata” ad amarlo, consapevole della mia ignoranza d’amore, di aver cominciato ad amarlo senza saperlo fare.
O forse avevo cominciato ad amarlo nell’unico modo possibile: ..senza sapere amare, perché le bufere esplodono all’improvviso.
Stavo ancora godendo quando il pulsare dell’uccello e il movimento più lento ed assestato con cui aveva preso a sbattermi mi avvertivano che anche lui stava per venire.
Mi tirò giù per baciarmi la bocca, per scambiarci saliva, respiri e ansimi. Fu allora che cominciai a squirtare, con lui che mi pompava e sborrava dentro. Era uno squirt inedito: avevo sempre squirtato con i suoi colpetti di mano sulla passera e questa nuova sensazione, di sciogliermi e disciogliermi mentre ad ogni affondo mi si farciva la fica, era divina. Stavo bagnando dappertutto quando un lampo di pensiero lucido mi bloccò. “Non possiamo qui sul letto” balbettai “non possiamo”.
Andrea balzò giù, mi prese per mano e mi trascinò in bagno baciandomi e ripetendomi che noi potevamo tutto, che eravamo “noi due”.
Si inginocchiò sul pavimento fra le mie gambe aperte, il viso all’altezza della fica e cominciò a colpirmi con la mano. E il succo di mandorla riprese ad uscire, arrivando alla sua bocca che lo beveva, schizzandogli la barba, gli occhi, il viso..
Tremavo. Mi reggevo con le mani al lavandino e se non l’avessi fatto sarei di certo crollata sul pavimento.
Ero in paradiso ma ero lì con lui, stretta a lui, dentro lui. Come lui era fuori e dentro me.
Nessuno sdoppiamento, nessuna frammentazione o scissione: eravamo perfetti. Era tutto perfetto, era sconcezza ed infinito insieme.
Ecco perché non avrei voluto perderlo: m’era mancato troppo a lungo, ..quando non c’era, quando non lo conoscevo ancora, ma lo farneticavo.
Qualche ora dopo, freschi di doccia e avvolti in accappatoi candidi, restammo distesi e abbracciati sul letto. Io sopra di lui. Occhi negli occhi. Il mondo era sempre fuori dalla porta, lontano da noi, come lontani da noi erano gli sguardi degli altri e i nostri tanti anni di differenza.
“Pensa a questa nuvola bianca fra cinque giorni” mi disse “Pensa a me, perché sarò lì con te come adesso. Pensa a noi due”.
Più in là avrei poi avuto modo di dirgli che cinque giorni dopo era davvero andata così, che gli avevo dato ascolto, che quel giorno avevo pensato alla camera bianca, avevo pensato a “noi due”.

Anna Salvaje

Annunci

4 pensieri su “19 – LA CAMERA BIANCA

  1. quanta strada fatta, dal primo incontro tra voi, quello in cui tu eri la donna incuriosita e lui il ragazzino.
    qui tu appari ti racconti abbandonata tra le sue braccia ferme, e in completa balìa dell’attimo, ben oltre la scopata, ben oltre la trasgressione.
    mi chiedo come tu possa far coesistere la donna moglie madre con l’Anna della nuvola, e quale fosse quel giorno l’altrove, se lì con lui o in quel mondo che per pochi giorni avevi lasciato fuori dal per sempre di quella stanza bianca.
    poi mi rispondo che queste sono domande che nascono soltanto in chi non ha compreso veramente.

    Liked by 1 persona

  2. poi accade che in un posto diverso da questo tu appari nel riflesso di una vetrina.
    e in quel rimbalzo di luci oblique i colori arrivano mediati dalle cento-mille parole che da qui hai appoggiato in aria e che restano sospese.
    e il rosso delle unghie è un po’ più rosso, e la gonna è più nervosa, e il vestito ti fascia più a fatica.
    chissà se la pioggia di questi pomeriggi potrebbe portarsele, le parole, e ridare trasparenza.
    ma se davvero lo facesse, mi conosco, le seguirei fin nei tombini.

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...