18 – FARI D’ESTATE

1

Un’altra volta estate. Un’altra estate con lui.
Ero sul treno, avevo deciso di fargli una sorpresa. E di mangiarmi la sua.
Generalmente organizzavamo giornate intere per stare insieme e saziarci di noi: ci rinchiudevamo in una camera d’albergo da mattina a sera e uscivamo solo per mangiare o per andare a qualche spettacolo teatrale.
Quel giorno invece lo avevo chiamato per dirgli che sarei andata da lui per stare insieme solo il tempo di una birra.
Mi guardavo riflessa nel vetro del finestrino e quasi non mi riconoscevo con quegli occhi così concitati, febbrili e adolescenziali. Indossavo un vestito scuro, aderente e scollato ma elegante nella fattura e nel taglio, e tacchi alti. Mi piaceva accentuare il mio abbigliamento da “signora” quando lo incontravo. Un po’ da troia ma pur sempre “signora”.
Ormai era un anno che stavamo insieme, che quella passione mi divorava, che quel vizio di lui non voleva passare.
In genere le mie passioni amorose, per quanto intense, seguivano un ciclo prevedibile. Scintilla, incendio, cenere. Il tutto durava circa tre mesi. Poi magari il rapporto continuava per un altro po’. Per abitudine, per convenienza, per intesa intellettuale. Ma quel delirio febbrile, una volta sopito, spariva irrimediabilmente.
La febbre per il ragazzo 27enne invece non accennava affatto a placarsi. Anzi. Pensavo continuamente a lui. A noi. Alla magia di noi. Alla sua voce che sussurrava “Noi due”, alle sue parole che sapevano farmi sussultare e tremare di vita. Andrea era ormai diventato abilissimo a incarnare le mie fantasie auditive, andando a stuzzicare anche quelle che non sapevo di avere, sconosciute a me e a lui.
Parole, centro del mio centro, che dalla sua gola giungevano alla mia. Me le sentivo nel cervello, nel midollo, fra le cosce. Scioglievano le maglie delle mie voglie e ne inventavano di nuove.
Guardavo fuori dal finestrino e intanto mi perdevo a ricordare quella nostra armonia perfetta, quel tutto che eravamo e a cui non mancava nulla e che pure non era mai uguale, si rinnovava. Cambiava ogni volta ma era sempre meraviglia. Pensavo a me e lui quando facevamo all’amore e al dopo. Che non è mai un “dopo” perché ci stiamo ancora amando. Alla bolla di noi quando eravamo fra la gente.
Chiusi gli occhi per immaginare meglio il suo viso, la festa del suo sguardo e del suo sorriso e poggiai la mano sul bassoventre. Stavo palpitando. La mia fica stava animandosi, estranea alla mia volontà: percepivo il calore fra le gambe, nel ventre, il solletico dietro le ginocchia. Mi accadeva ogni volta che mi abbandonavo al pensiero di lui.
E’ desiderare la vera droga, quella più potente. L’essere desiderati è indubbiamente esaltante, ti fa andare su di giri, solletica e stuzzica la tua vanità. Ma è desiderare che ti fa sussultare e tremare, che ti fa diventare un grumo pulsante e voglioso di vita.
Riaprii di scatto gli occhi, come destandomi da un sogno.
Chissà se gli altri passeggeri del vagone si accorgevano che quella bella signora elegantemente vestita non stava facendo altro che pensare a quando veniva scopata dal suo giovane amante. La smania che sentivo era così potente, così intensa che mi sembrava impossibile che non venisse avvertita dagli altri. Dall’uomo che attraversò il corridoio passandomi accanto, o dai due ragazzi seduti due poltrone avanti a me, che ogni tanto mi sbirciavano le gambe. I cani capiscono quando una cagna è in calore, forse per gli umani un tempo era lo stesso, ma secoli di buona educazione e di “ammaestramento asettico” ci avevano condizionato a dimenticarlo.
Era tardo pomeriggio ma faceva ancora caldissimo, passai un dito nella scollatura ad asciugare le gocce di sudore che imperlavano l’incavo tra le mie tette e respirai forte. Nessuna aria però mi sarebbe bastata: volevo la nostra, l’aria che c’è fra me e lui quando ci vediamo, quell’aria elettrica, carica di tensione, ricca e trepidante di energia vitale.
Il treno arrivò nella piccola stazione.
Camminavo a mezzo metro da terra, il cuore gonfio, la fica romantica e vogliosa, gli occhi indagatori a cercarlo e la sua immagine nella mente.
Finalmente lo vidi, nel sottopassaggio della stazione che conduceva all’uscita. Sorrisi e gli corsi fra le braccia. Ci baciammo e restammo abbracciati, dondolando lentamente.
“Andiamo a farci una birra?” gli dissi.
Mi portò in un locale carino. Gli avventori erano tutti molto più giovani di me e probabilmente io con la mia età, il mio vestito, il mio trucco e i miei tacchi, apparivo un poco fuori posto.
Ci sedemmo e bevemmo birra ghiacciata, cianciando e ridendo. Andrea era bellissimo. Ogni tanto perdevo il filo della conversazione perché mi incantavo a guardagli la bocca. Lui se ne accorgeva e rideva.
“Sei il mio vizio più bello e più intenso” gli dissi d’improvviso seria. Anche lui si fece serio.
“Lo so” mormorò “Ti sento”
Gli dissi che dovevo andare via, che avevo poco tempo e che prima di prendere il treno per tornare a casa volevo fumare una sigaretta con lui in un luogo tranquillo. In realtà quello che volevo non era altro che trovare un posto dove potergli mettere le mani addosso.
Uscimmo e salimmo nella sua macchina. Fuori era già buio.
Non so dove volesse portarmi. Ma quando sulla strada poco frequentata che stavamo percorrendo scorsi sulla destra un grande spiazzo vuoto glielo indicai e gli chiesi di fermarsi lì.
Parcheggiò e scendemmo dalla macchina. Ero in piedi, il culo appoggiato al cofano, e Andrea era di fronte a me.
“Mi sei mancata” mi disse e mi abbracciò forte accarezzandomi i capelli.
Gli presi il viso fra le mani, poi avvicinai la bocca al suo orecchio “Non così tenero ragazzo” gli dissi “Io ti voglio. Ti voglio adesso. Ti voglio qui.”
Andrea rise, un po’ imbarazzato e un po’ eccitato, e cominciò a parlare del rischio che avremmo corso stando lì, del fatto che chi transitava in macchina sulla strada avrebbe potuto vederci.
Ma più lui parlava e più io mi eccitavo.
Era straordinario sentire quel potente desiderio. E ancora più straordinario ed esaltante sarebbe stato esprimerlo, viverlo e soddisfarlo.
Cominciai a toccarlo, a leccarlo con lentezza, una lentezza esasperante. Dapprima le dita delle mani, una ad una. Le mani, le braccia, il collo, il volto.
Ricoprii ogni parte esposta del suo corpo di baci e di lingua con calma. Volevo che non ne potesse più, che quella attesa amplificasse il desiderio, che quei bacetti lo affamassero fino a desiderare i miei morsi.
Lo guardai negli occhi, accorgendomi vittoriosa che si erano annacquati di voglia e desiderio.
“Scopami qui” gli dissi imperiosa “Non ce la faccio a non averti, a tornare a casa così”
Andrea mi poggiò la mano sul ventre, premendo forte. Sapeva che posso essere completamente vestita ma che se lui mi sfiora il bassoventre mi sento denudata, esposta, scoperta, nuda come non mai. Mi mise una mano sul ventre e l’altra sulla fronte.
“Vuoi che ti vedano?” sussurrò guardandomi negli occhi “Vuoi che vedano quanto sa essere troia la mia donna?”
Ebbi un brivido. Mi girai, piegandomi a novanta sul cofano e divaricando un poco le gambe. Andrea poggiò le mani sui miei fianchi. Lo sentivo respirare forte. Spinsi un po’ indietro il culo, di modo che colpisse la sua patta. Percepii tra il sottile tessuto del mio vestito e quello dei suoi jeans il rigonfiamento del suo cazzo.
Lui mi strinse più forte i fianchi ed io mi sollevai il vestito arrotolandomelo sulla schiena.
Le macchine passavano a una trentina di metri da noi, tra l’altro ad una velocità moderata. Per via della curva poco prima dello spiazzo i loro fari ci illuminavano per un brevissimo istante. Il rischio che ci vedessero era altissimo. Anche Andrea dovette pensarlo, perché percepii una sorta di titubanza nelle mani che mi stringevano i fianchi. Feci roteare il culo strofinandomi contro lui, gustandomi la sensazione di freddo che mi dava il contatto con la fibbia metallica della sua cintura e quella caldissima della forma del suo cazzo duro sotto i pantaloni. Andrea inarcò il bacino in avanti colpendomi il culo e subito una vampata di calore mi inondò la fica spargendosi in tutte le direzioni.
Poggiai le ginocchia sul paraurti della macchina e mi abbassai di più sul cofano, inarcandomi di più contro di lui. Lui si spostò un attimo e sentii il familiare ed eccitante suono della cerniera della patta che si apriva. Poi una sua mano tornò sul mio fianco sinistro mentre con l’altra mi scostava le mutandine.
Mi fu dentro la fica con un unico colpo, deciso e ben assestato, e rimase fermo.
Cominciai a tremare e a mugolare, mentre lui percorreva con le mani il mio corpo, le spalle, la vita, le braccia, le cosce. Poi cominciò a stringermi le natiche, massaggiandole e tendendo la pelle perbene per aprirmele.
Rimaneva immobile con il cazzo ben piantato nella mia passera. Aspettava un mio cenno per iniziare l‘assalto. Sapeva che prima mi piace gustarmi quel momento di pienezza, sapeva che la mia fica vuole prima assaporarsi quella esaltante sensazione di essere totalmente farcita dal suo cazzo. Mi “sapeva”.
“Sono totalmente tua”. Lo pensavo e lo dissi.
“Siamo nostri” disse lui e cominciò a scoparmi.
Era vero. Eravamo nostri. E solo nostro era quel modo di amarci. Nostro, carico di riti, intese, complicità,…
Boccheggiavo per il piacere, aprivo e chiudevo gli occhi. Le macchine che passavano mi sembravano distanti, lontane. Mi parve di vedere che, giunta alla nostra altezza, qualcuna rallentasse.. forse qualcuno ci aveva visto. Ma questa possibilità non fece altro che aumentare la mia eccitazione. E forse anche quella di lui perché intensificò i movimenti della sbattuta. Gli assalti che mi assestava divennero sempre più potenti e il loro ritmo da regolare divenne progressivamente sempre più rapido e frenetico.
Cominciai a muovermi anch’io, perfettamente sincrona a lui, al suo avanzare e ritrarsi, tanto da non capire più quale fosse il suo corpo e quale il mio.
Era lui che spingeva? O ero io ad inarcarmi ed accoglierlo? Avevo la sensazione di essere io a comandare i suoi muscoli e che i miei fossero comandati da lui.
Una chiavata intensa, immensa, perfetta.
Poi Andrea rallentò il ritmo e iniziò a far scorrere il cazzo dentro e fuori la mia fica in quel modo lento e totale che precede il suo orgasmo. Affondava lentamente bene in fondo, fino a colpirmi con le palle le labbra. Poi usciva piano, lasciandomi solo la cappella dentro. E riavanzava nuovamente, prepotente e arrogante.
Immaginai il suo volto eccitato che adoravo, le sopracciglia aggrottate, l’espressione seria degli occhi, i muscoli del viso contratti, le labbra imbronciate e tremanti.
Smisi di ansimare perché volevo sentirlo soffiare. Soffia sempre quando sta per godere e vuole ritardare il momento. Lo udii. Poi si abbassò su di me e mi sussurrò all’orecchio “Lo vorresti un altro cazzo a riempirti la bocca adesso amore mio? Lo vorresti? Lo so che lo vorresti.”
Cominciai a venire, contorcendomi sul cofano, miagolando e a tratti gridando. Come rispondendo al mio richiamo Andrea mi strinse più forte il fianco con la mano sinistra e con la destra mi prese i capelli, costringendomi a sollevare il viso verso la strada. E cominciò a sbattermi forte continuando a ripetermi “Lo vorresti. Lo so che lo vorresti. Ti conosco. Sei tutta mia. Mia è la tua fica e mia è la tua mente.”
Mi scopava così forte da farmi quasi male ma quella nota di dolore non faceva che rendere ancora più irresistibile il piacere che si impadroniva di nuovo di me. E ancora. E ancora.
I fari delle auto continuavano ad illuminarci di tanto in tanto.
E lui spingeva, sborrava, godeva e gemeva.
Mi lasciò i capelli per circondarmi la vita con entrambe le braccia e si piegò in avanti, aderendo completamente col torace alla mia schiena.
Era ancora dentro di me. Il cazzo gli era rimasto duro per un po’. E ha continuato a darmi delle spinte piccole. Piccoli affondi per spremermi dentro ogni goccia di sborra.
Restammo a lungo avvinti così, godendoci quella sensazione di unità, di completezza, di totale appartenenza.
Se vai oltre la forma e sperimenti l’autentico non torni.
E se torni non ti accontenti più.
Come avrei potuto accontentarmi di altro dopo questo? Dopo di lui? Come avrei sopportato di fare sesso con qualcuno con la mia anima appollaiata altrove, su un lampadario, su un armadio o comunque altrove da me. Distante e fuori di me. Lontana a guardare il mio corpo contorcersi e godere, tanto ma non completamente, tanto ma pur sempre senza di lei.
Eravamo ancora abbracciati. “Ci avranno visto?” gli chiesi.
“Forse” mi rispose lui.
“Non me ne frega niente” dissi “Chiedevo così. Magari un’altra volta possiamo trovare il modo di fargli pagare il biglietto”
Ridemmo forte. Poi si staccò da me, mi fece fare un giro su me stessa e mi abbracciò.

Anna Salvaje

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8 pensieri su “18 – FARI D’ESTATE

  1. la pioggia sa di risacca.
    come quelle onde che continuano a ribadire il possesso della rena, senza tregua, senza cedimenti nella volontà.
    stanotte l’ultimo, credo, vero temporale estivo.
    quello che spazza via il vuoto delle strade, quello che che ti costringe ad aprirla davvero, l’agenda.
    quello che lascia sull’asfalto ossi di seppia ruvidi di rimpianto, carapaci vuoti e salati come certi segreti.
    fuori, pioggia,
    dentro, sete.
    la pioggia, quando è così, si prende tutto.
    come questo scopare nel pineto.

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