16 – GOCCE

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Tra i vapori della sauna distinguevo appena i suoi tratti.
Avevamo preso tre giorni per noi ed eravamo andati in una spa resort. Eravamo seduti sulla panca di legno, entrambi nudi e con un asciugamano ai fianchi.
Mi avvicinai a lui, che aveva gli occhi chiusi e forse non se ne accorse. Presi a guardare le gocce di sudore imperlargli la fronte, aumentare di dimensioni e poi, seguendo la linea di gravità, scorrergli sulle tempie e lungo la mascella, per perdersi poi fra i peli della barba che teneva lunga per me, per sembrarmi più grande. Guardavo le gocce di sudore e vapore sul suo corpo, sulle sopracciglia, sulle ampie spalle, sul torace, il ventre, le braccia e le gambe.
Mi feci ancora più vicina e con la punta della lingua fermai l’ennesima goccia di sudore che gli stava scendendo rapida dal sopracciglio, seguendo la scia lasciata dalle altre. Era calda e salata.
Chiusi gli occhi e iniziai a immaginare le gocce che sicuramente gli stavano impregnando il cazzo e le palle, i suoi peli bagnati. Purtroppo non potevo vederlo: lo stretto asciugamano che teneva avvolto sui fianchi occultava e custodiva il mio paradiso.
Anch’io ero sudata, per i vapori e per il desiderio che l’odore di lui e il sapore del suo sudore mi stavano accendendo.
Dicono che quando si è innamorati senti le farfalle nello stomaco. Pensai che dovevo essere innamoratissima, perché il mio ventre si contraeva come se un animale selvatico vi fosse imprigionato dentro e a tratti si dibattesse per essere liberato!
Andrea aprì gli occhi, sorrise a me e al mio desiderio mormorando “Andiamo di sopra, ché voglio farti l’amore.”
In camera ci liberammo subito dagli accappatoi e ci gettammo sul letto.
Il mio giovane ragazzo mi fu subito addosso mentre io spalancavo le gambe, rendendo inequivocabile il desiderio di offrirmi e di essere presa.
Cominciò a scoparmi piano, ficcandomi il cazzo in fica lentamente, facendomelo assaporare centimetro dopo centimetro. Quando fu tutto dentro di me gli circondai i fianchi con le gambe e gli dissi di stare fermo così. “Tienimi, amore, tienimi”, ripetevo piano.
Era sopra di me, le bocche vicine, i respiri caldi e concitati, in contrasto con la nostra immobilità.
Ci guardavamo occhi negli occhi. Ero così piena di lui, il suo cazzo era così ben conficcato in fondo nella mia fica che cominciarono a lacrimarmi gli occhi. Andrea si abbassò sul mio viso e leccò quelle lacrime. Poi riprese ad andare sù e giù piano, ma sempre bene in fondo. Un dentro e fuori con metodo, a lungo, e senza mollare mai i miei occhi coi suoi.
Il suo sudore mi gocciolava sul seno, sul viso, sul collo. Con la lingua cercavo di raccogliere quelle gocce che cadevano sulle mie labbra o in prossimità delle stesse.
Lui non smetteva di leccarmi labbra, lingua e denti. Nel modo come io facevo con lui nei nostri primi incontri. Era un contrasto micidiale… la dolcezza e la morbidezza di quella lingua che faceva all’amore con la mia bocca e la potenza e vigore del cazzo che intanto mi pompava la fica.
Gli presi il viso tra le mani e gli chiesi di darmi la sua saliva. Andrea mi baciò più profondamente. “Non così” mormorai “Voglio vederla”.
Si sollevò un po’ sugli avambracci e fece cadere un po’ della sua saliva sulla mia bocca. L’assaporai. Con la lingua me la spalmai sulle labbra. “Ancora” chiesi. Stavolta dischiusi di più le labbra e la lasciai scorrere lentamente, trasparente e zuccherata, fino in gola.
Venni diverse volte, scivolai su mille arcobaleni, succhiandogli la lingua e respirando nella sua bocca.
Quando poi i suoi colpi si fecero più potenti e rapidi, inarcai il bacino verso le sue spinte, per prendermele tutte, per prendermele meglio. Si piantava così dentro che il piacere che ogni spinta mi procurava portava con se’ una nota di dolore, che ad ogni affondo si faceva sempre più intensa, lucida, vivida. Amavo anche quella, perché significava che mi stavo aprendo più di ogni altra volta, che lo stavo accogliendo di più. E quel giorno io volevo davvero inghiottirlo. Sentivo le pareti della vagina che bruciavano ad ogni nuovo vigoroso colpo e godetti ancora, mentre piccole gocce di lacrime mi sgorgavano dagli occhi.
Stavo ancora godendo quando percepii che gli affondi cambiavano ritmo e avvertii inequivocabili le pulsazioni forti del suo uccello.
“Vienimi addosso” lo pregai.
Non l’avevamo mai fatto. Il suo sperma era sempre schizzato in vagina, nel culo o accolto e ingoiato dalla mia bocca.
Stavolta volevo vederlo, volevo guardarlo disciogliersi su me. Era un desiderio forte e potente, nuovo. Volevo di più: volevo che si diluisse, che oltrepassassimo la barriera della pelle per sciogliere la polpa che custodiva. Perché in quel momento più che mai mi stavo rendendo conto che di tutti i corpi che avevo conosciuto in precedenza avevo desiderato sempre e solamente la scorza e loro si erano dovuti accontentare della mia.
Sborrò sulla mia pancia, sul seno… spalmando con il cazzo il suo miele sulla mia pelle che inventava nuovi brividi per dirgli “ti amo”.
Poi crollò esausto su di me, scivolandomi sul corpo bagnato e lucente per i nostri sudori e lo sperma.
Galleggiavamo. Ci era intollerabile staccarci, nonostante il caldo e quella posizione che, se non stai facendo l’amore, diventa inevitabilmente scomoda.
Andrea aveva il viso affondato sul mio collo e io la bocca immersa fra i suoi capelli umidi.
Cominciai ad avvertire che i liquidi fra noi si raffreddavano, mentre i nostri corpi rimanevano caldi. Percepivo il freddo umido degli umori della mia fica fra le cosce, del nostro sudore sul corpo, della sborra sul ventre, delle lacrime agli angoli dei miei occhi.
“Voglio altre distillazioni di te. E le voglio calde” gli sussurrai all’orecchio.
Andrea sollevò il viso e mi guardò. Il mio dolce e incantevole ragazzo non aveva capito.
Mi alzai, lo presi per mano e lo portai in bagno, nella doccia. Credo che pensò che volessi che ci lavassimo perché portò la sua mano sulla manopola dell’acqua. Gliela bloccai con la mia e guardandolo intensamente negli occhi gli dissi “Pisciami addosso”.
Sul suo viso si affacciò quell’espressione un poco sperduta e stupita che aveva all’inizio della nostra relazione quando gli proponevo un nuovo gioco. Quell’espressione incantevole che adoravo, perché bastava un mio solo sorriso complice per farla trasformare piano in un’espressione curiosa e sempre più vogliosa.
Eravamo l’uno di fronte l’altra. Andrea si fece più vicino, mi mise le mani sui fianchi e poggiò l’uccello sul mio ventre. Ci sorridevamo. Io tenevo le mani sulla sua testa, gli passavo le dita fra i capelli, come se volessi sollecitarne le radici. “Pisciami addosso” gli ripetei sempre sorridendo. Sentii il suo corpo che si irrigidiva, avvertii tutti i suoi muscoli contrarsi e cominciai ad accarezzargli il viso con dolcezza. Volevo che la tenerezza che mi stava traboccando dentro uscisse dalle mie dita e giungesse a lui, ad alleviargli e a placarne la tensione.
Trascorse qualche minuto, poi Andrea si addossò a me, mi abbracciò forte e, rilassando i muscoli del corpo, mi disse sospirando “Non ce la faccio, amore”.
Risposi morbida all’abbraccio e lo baciai dolcemente sulle labbra. Stavo per dirgli che non era importante, che ci avremmo provato un’altra volta quando d’improvviso sentii un piccolo fiotto di liquido caldo investirmi il ventre. Un primo fiotto. Poi un secondo. Due piccole ondate della sua pipì. Prendemmo a baciarci, profondamente ma con calma, quasi al rallentatore. Un bacio profondo e avviluppante svincolato però dalla foga, dalla concitazione e urgenza che in genere contraddistingue questo tipo di baci.
Un bacio appassionato alla moviola.
E con la stessa lentezza Andrea riprese a pisciare. Stavolta senza ondate o sbalzi. Un lungo fiotto lento e caldo inondava la mia pancia, mi scorreva sulla fica e colava gocciolando fra le mie cosce. Presi a fare pipì anch’io. Pisciavamo insieme senza smettere di baciarci.
Dopo, una volta lavati e asciugati, distesi sul letto, abbracciati e con le gambe intrecciate, Andrea poggiò la mano sul mio monte di Venere. “Voglio discioglierti ancora, amore” mi disse “voglio farti squirtare”.
“Finiremo col disidratarci!” sospirai sorridendo ed aprendo le cosce.
“La prossima volta ci organizziamo meglio e porteremo delle flebo” rispose.
Poi sorrise e cominciò a darmi sulla fica quegli schiaffetti che richiamavano imperiosi il mio succo di mandorla.

Anna Salvaje

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3 pensieri su “16 – GOCCE

  1. Pingback: Anna Salvaje

  2. la prossimità diventa intimità.
    l’intimità diventa connessione.
    e cadono i vestiti, poi i vezzi, poi i pudori e i recinti e, infine, i limiti, tutti.
    quel che resta è la purezza più profonda.
    mari che si mischiano.
    cominciando da dentro.
    mi sembra di.

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