11 – MIELE E DELIZIA

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Ricordo tutte le volte che ci siamo visti. Il primo momento di ogni volta. Di tutte le volte.
Quel suo titubante “Anna?” nella hall dell’albergo la prima volta. L’abbraccio forte e il tuffo della sua bocca fra i miei capelli la seconda volta, quando avevo deciso che mi avrebbe aspettato in camera. Il suo sguardo eccitato della terza volta, quando in camera dovevo aspettarlo io e mi feci trovare con una tuta nera di pizzo che ricopriva per intero il mio corpo (mani e piedi compresi) con un foro all’altezza di fica e culo. Una Eva Kant in versione porno.
E poi tutti i lanci nelle braccia l’uno dell’altra nelle varie stazioni ferroviarie, sulle banchine della metro, nelle camere di albergo. O il calore di quella volta che vinse il freddo dicembrino quando, per scelta, avevamo deciso di vederci e di non toccarci per un’ora almeno.

Era dicembre avanzato e faceva freddissimo. Lo aspettavo alla stazione di Lambrate ed ero nel tunnel del sottopassaggio. Lo vidi da lontano, si avvicinava a me sorridendo. Anch’io sorridevo. Ci salutammo riuscendo a non sfiorarci nemmeno, ma lo “sentivo”, lo avvertivo in ogni fibra del mio corpo. Attraverso tutti gli strati dei vestiti, attraverso la mia sottoveste, il mio abito pesante, il cappotto, la doppia sciarpa, l’aria fredda nello spazio che ci teneva distanti, la sua sciarpa, il suo giaccone, il suo maglione, i calzoni,… il mio corpo percepiva intensamente il suo, ne sentiva la vita e il potente calore.
Era uno sforzo immane resistere a non colmare quella breve distanza che ci separava con un abbraccio.
Ad ogni modo riuscimmo a non farlo.
Parlando in maniera quasi formale (“è molto che aspetti?”, “che freddo fa oggi!”, “facciamo colazione?”), nettamente in contrasto con l’esplosione sospesa nei nostri corpi che attendeva di deflagrare, demmo luogo ad un dialogo surreale, che tradiva la sua artificiosità nei nostri respiri concitati e nel tremolio delle nostre voci, e ci incamminammo lungo il tunnel verso il bar della stazione senza nemmeno darci la mano.
“Io prendo un cappuccio e una brioche, mio nipote non so. Cosa prendi Andrea?” dissi prima al cameriere e poi rivolta al mio 26enne. Come sapevo, Andrea ordinò il suo solito succo e brioche e io aggiunsi distrattamente al cameriere “Ah già, dimenticavo.. mio nipote non prende il caffè.”
Quando il cameriere si allontanò rimanemmo seduti al tavolo in silenzio a sorriderci e a guardarci. Ero su di giri, eccitata e piena di desiderio, non ce la facevo più a non toccarlo.
“Hai le mani fredde?” gli chiesi “dammele, te le riscaldo”. E senza smettere di guardarlo negli occhi sbottonai il cappotto, mi tolsi lentamente i guanti e gli tesi le mani. Lui mi diede le sue, certo che le avrei poste fra le mie per scaldarle. Invece gliele presi e le infilai dentro la mia scollatura, sotto il reggiseno, sulle tette nude e calde. Gliele posizionai perbene e sospirai soddisfatta godendomi il suo imbarazzo. Dal rossore nel viso di Andrea che diveniva sempre più intenso capii che il cameriere si stava avvicinando con la nostra colazione e gli bloccai i polsi, trattenendo le sue mani sulle mie tette. Mollai la presa solo un attimo prima che il cameriere arrivasse, consentendo al mio timido 26enne di tirare via le mani furtivamente e rapidamente, convinto che il momento di imbarazzo fosse superato. Poi, mentre il cameriere serviva sul tavolo la mia colazione e quella di mio “nipote”, esclamai ad alta voce ”Buona colazione!”, mi sollevai dalla sedia, avvicinai il mio viso al suo e, non curandomi del suo sguardo sbalordito, gli ficcai la lingua in bocca e gliela esplorai perbene, smettendo solo quando la battaglia che la mia lingua aveva cominciato con la sua stava per farmi gemere. Mi rimisi a sedere e ringraziai il cameriere, che era rimasto lì, fermo e disorientato a guardarci.
Riprendemmo la nostra assurda conversazione di frasi formali e convenzionali, continuando a non toccarci per tutta la colazione e fino a quando giungemmo in camera in albergo. Quel bacio di fronte all’attonito cameriere non aveva placato per nulla la voglia che sentivamo. Anzi. Cresceva, minuto dopo minuto, attimo dopo attimo, esponenzialmente.
Una volta in camera Andrea si avvicinò per abbracciarmi, ma lo bloccai. Tirai fuori dalla borsa un foulard di seta nero, gli dissi di rimanere zitto e fermo e lo bendai.
Cominciai a spogliarlo. Gli tolsi sciarpa e giaccone. Quando gli sfilai il maglione fui investita dal suo odore che mi fa impazzire e mi morsi le labbra per non gemere. Mi incantai a guardargli il torace sollevarsi e abbassarsi, a guardargli il ventre, le spalle, le braccia, la bellezza della sua carne. Gli slacciai la cintura e gli sbottonai i pantaloni. La vista del rigonfiamento del suo cazzo sotto le sue mutande mi fece sussultare, mi leccai le labbra e cominciai a respirare affannosamente.
Lo feci sedere sul letto e gli sfilai scarpe, calzini e pantaloni. Poi lo feci sdraiare e gli tolsi le mutande, scoprendogli il cazzo eretto e duro. Quanto era bello.. nudo, bendato ed eccitato… Respiravo a pieni polmoni per riempirmi del suo odore, dell’odore di lui e del suo desiderio, sempre più accaldata e vogliosa.
Iniziai a svestirmi senza perderlo di vista un attimo, senza smettere di guardarlo…. Lo guardavo come si guarda un frutto pesante e maturo che sta per cadere, continuando a pensare “E’ mio. Sarà mio”.
Rimasi nuda. Andrea era sempre più eccitato. Vedevo quasi palpitare il suo uccello fra i peli e il suo torace abbassarsi e sollevarsi sempre più rapidamente. Anch’io ero eccitatissima e avevo la fica fradicia. Era pazzesco: non ci eravamo fatti ancora nessuna “carezza amorosa” ma eravano prontissimi a scoparci e scoparci e scoparci.
Presi la borsa e tirai fuori il barattolo di miele che avevo portato. Lo aprii e intinsi il dito indice portandomelo alla bocca più volte fino a quasi riempirla di miele, poi avvicinai il mio viso al suo, le mie labbra vicino alle sue labbra dischiuse. Stetti per un po’ ferma così.. sospesa sul suo fiato caldo e dolce. Poi gli misi la lingua in bocca, lasciando scorrere dentro miele e saliva. Andrea trasalì e cominciò subito a succhiarla, appassionato e affamato, a succhiare lingua e miele.
Mi scostai. Intinsi nuovamente il dito, ma stavolta non lo portai alla bocca, lo tenni sospeso sul cazzo fino a quando il miele cominciò a gocciolare sulla cappella. Il suo uccello vibrò e fece un guizzo.
Ripetei l’operazione più volte. Poi, quando la cappella fu completamente ricoperta di miele e rivoli di miele scorrevano sull’asta, gli ficcai il dito in bocca e mi abbassai a leccargli l’uccello.
Leccavo miele e carne, passavo la lingua dovunque, su ogni millimetro quadrato dell’uccello… sul filetto, sulla piega sotto la cappella, nella piccola fessura sulla punta, sull’asta, sulle palle, tra i peli… Leccavo e succhiavo ogni rivolo e goccia di miele, mentre lui ansimava e mi succhiava il dito.
Mi spostai. Intinsi ancora il dito nel barattolo e mi spalmai perbene il miele sulla fica, avendo cura di riempirmela tutta, labbra, piccole labbra e grilletto.
Restai qualche secondo a guardarlo, ammaliata dall’immagine del mio 26enne che attendeva fiducioso e bendato la mia mossa successiva e a lui ignota.
Mi misi a cavalcioni sul suo viso, con la parte anteriore del mio corpo rivolta verso i suoi piedi, e mi accovacciai, portando la fica spalmata di miele alla sua bocca. Andrea cominciò a leccarmi voracemente, a baciare, a mordicchiare.. sembrava volesse mangiarmi la fica e forse un poco lo fece.
Tremavo. Miagolavo come una gatta in calore. Mi godevo e assecondavo la leccata di fica strofinandogliela sulla faccia, sulla bocca, sul naso. Poi, quando il piacere diveniva più intenso, sussultavo e mi sollevavo, per poi riabbassarmi a sfregargli ancora la passera in faccia.
E ancora e ancora.
Era più forte di me: ad ogni ondata potente di piacere non resistevo e mi sollevavo.
A un certo punto Andrea si tolse con foga la benda dagli occhi e pose imperiosamente le sue mani sui miei fianchi, stringendoli forte. Mi tenne così sospesa per un lungo attimo sulla sua bocca, poi soffiò sulla mia fica e mi abbassò di forza sulla sua faccia, riprendendo a baciarmi e leccarmi. Sussultavo ancora ad ogni arcobaleno di piacere, ma le sue mani forti che mi stringevano i fianchi, con le dita conficcate nelle mie natiche, non mi consentivano più di sollevarmi. Non potevo più sfuggire. Mugolavo, ansimavo e cedevo agli arcobaleni, alle ondate di godimento che mi facevano chiudere gli occhi e smarrire i confini.
Venivo e venivo.
Non c’era più miele nella mia passera adesso: Andrea lo aveva bevuto tutto e ora beveva succo di fica.
Mi abbassai in avanti a ciucciargli l’uccello, tenendo lo stesso ritmo delle sue leccate. Ogni volta che sentivo arrivare un altro arcobaleno, aprivo di più la bocca per farmi arrivare il cazzo in gola e rimanevo ferma: mi piaceva godermi ogni orgasmo così, con la bocca e la gola pieni di lui, del suo cazzo che pulsava.
Quando capii che non ce la faceva più, che stava per venire, gli chiesi di mettermi un dito nel culo. “Ti voglio dappertutto. Ti voglio in ogni buco” gli dissi.
Mi ficcò un dito in culo e affondò la lingua nella fica nello stesso momento in cui il suo cazzo cominciò a stillare calda sborra nella mia gola. La bevvi e la ingoiai tutta senza sprecarne una sola goccia, come prima avevo fatto col miele. Perché era più dolce del miele…
Rimanemmo a lungo avvinghiati in quel magico sessantanove fino a quando i sussulti dei nostri corpi cominciarono lentamente a placarsi e i respiri divennero quasi regolari. Poi ci abbracciammo forte e ci baciammo a lungo e appassionatamente.
Ero sopra di lui, il viso affondato sul suo collo, quando mi sussurrò all’orecchio con voce bassa e profonda “Ti voglio bene Anna”.
Trattenni il respiro un attimo. Poi mi sollevai sugli avambracci, puntai il mio viso contro il suo e lo guardai negli occhi. Occhi negli occhi, come facciamo noi, nei nostri fermi immagini di miele.
“Dimmelo bene” gli dissi.
“Ti amo Anna” mi disse Andrea.
Gli sorrisi commossa e mi strinsi forte a lui, accoccolandomi fra le sue braccia e mordendomi le labbra per non farmi sfuggire quanto anch’io lo amassi.

Anna Salvaje

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9 pensieri su “11 – MIELE E DELIZIA

  1. mi sei piaciuta… per me, comunque , sesso e amore sono ben distinti , questo lo dico perché molto spesso è come se si cercasse di giustificare una sana scopata con l’amore…ciaoooo

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  2. ho lasciato questo per ultimo.
    perché è il più intenso.
    perché è quello che ha dentro tutto.
    perché è quello in cui tutto quello che c’è dentro affiora prepotentemente.
    perché ha dentro il tempo e il temporale,
    perché disegna un luogo e un tempo che mi è vicino.
    perché qui le mani si fanno parole e le parole si fanno mani.
    perché ogni frase, qui, raccoglie tutte le parole di questo diario,
    perché alla fine rileggendo ogni passaggio quello che sento è sempre la medesima cosa.
    pulsante, persistente, potente.
    perché quello che ho letto qui mostra a tutti qualcosa di Anna, mentre a me mostra anche qualcosa di mio.

    spero di ritrovare le tue parole, in questo o in altri viaggi,
    perché in certi dettagli c’è più orizzonte che in certi tramonti.

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