04 – DON JON

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Era piena estate. Ero stata trattenuta in città dal lavoro. Marito e figli al mare.
Una sera lo invitai a casa. Avremmo ordinato una pizza e ascoltato musica.
Quando citofonò gli aprii senza rispondere, scala e piano glieli avevo già forniti al telefono. Mi piaceva tenerlo sulle spine e volevo che giungesse a me sempre emozionato e un po’ in soggezione. Quando sentii l’ascensore che stava arrivando aprii di poco la porta e mi misi dietro l’anta. Avevo indossato un négligé nero che esaltava il mio corpo attraente, era aderente e corto a mostrare le gambe liscie e abbronzate, il culo rotondo e sodo, la vita stretta e, in trasparenza, il seno con i capezzoli grandi. Indossavo sandali coi tacchi altissimi e avevo truccato solo la bocca. Dallo stereo si diffondeva l’allegro iniziale della Piccola Serenata Notturna di Mozart.
L’ascensore arrivò. Quando capii che lui era dietro la porta misi fuori un braccio e lo tirai dentro casa e fra le mie braccia. Volevo fosse investito di botto dal mio odore, dal mio profumo, dal mio calore. Mi addossai tutta a lui, cercando di aderire il più possibile al suo corpo. Andrea mi stringeva forte, lo fa sempre quando ci vediamo, sembra voglia stritolarmi con le sue braccia possenti. Ci baciammo a lungo, continuando a sorriderci e a sussurrarci “Ciao” ad ogni bacio.
“Ti piace Mozart?” gli chiesi “Credi anche tu che la sua musica dilati le vene?”
Mi guardò e fece una smorfia dispiaciuta dicendo “Non è il mio genere…”. “Ah no?” dissi io fingendomi sorpresa.
Figurati se non lo immaginavo, non avevo scelto a cazzo di mettere su Mozart! Sapevo di piacergli perché ero così diversa, così lontana da lui, dal suo mondo e dalle ragazze che gli giravano attorno. E accentuavo queste differenze.
Lo presi per mano e lo portai nel mio salotto, tra le scaffalature cariche di libri, le fotografie, il divano rosso e il pianoforte. Eravamo in penombra: faceva caldo, le finestre erano aperte e nonostante le tende non potevo rischiare che dai palazzi vicini qualcuno ci vedesse.
Presi due bicchieri e versai del whisky. Lo invitai a un brindisi con modi quasi formali, come fosse un rituale. Bevemmo e scoppiammo a ridere. Poi riprendemmo a baciarci, ad abbracciarci, a sorriderci e sussurrarci “Ciao”.
Quanto lo desideravo…
Ero nel salotto di casa mia, priva del popolo che solitamente l’abitava, priva delle voci, dei rumori, delle risa, dei litigi fra i bambini e del consueto disordine. Ero lì ad abbracciare un ragazzo così tanto più giovane di me e a desiderarlo perdutamente.
Versai un altro giro di whisky, io brindai a lui e lui a me. Bevemmo e ridemmo ancora. Tolsi il cd di Mozart e ne misi uno di Edith Piaf.
Altro giro di whisky, di baci e di sorrisi. Poi “Fammi ballare” gli dissi sulle note di ‘Je ne regrette rien’. Rispose che non sapeva ballare, che non era capace. Risi. Gli dissi “Tu puoi fare tutto ragazzo!” Lo abbracciai e cominciammo a dondolare formando una figura che da lontano poteva essere scambiata come la sagoma di due che stavano ballando.
Mi girava la testa. Per il whisky e per il suo profumo, per le sue spalle forti sotto le mie mani, il suo respiro sulla mia fronte, per i lievi baci che vi poggiava, le sue mani che scorrevano dolcemente sulla mia schiena. Quando rovesciavo la testa all’indietro ci guardavamo negli occhi, poi mi baciava la bocca con passione e mi stringeva forte e con foga. Sentivo la sua eccitazione, il suo desiderio…
Era quella la magia di Andrea: quel clamoroso mix che dalla tenerezza e dalla quasi poesia mi inabissava e avviluppava nel desiderio più appassionato e sfrenato, e poi ancora potente dolcezza e poi ancora smania e voglia di lui e del suo cazzo. E ancora e ancora. Il tutto come un fluire, uno scivolare morbido e sinuoso fra emozioni, senza soluzione di continuità.
Mi faceva impazzire.
Lo invitai a sedersi sul divano, mi misi a cavalcioni su di lui e gli dissi che volevo bere il whisky dalla sua bocca. Si riempì la bocca di alcol, avvicinò le labbra alle mie e bevvi così.
Ero un po’ ubriaca e mi tremavano le gambe. Gli tolsi il bicchiere dalle mani e lo posai sul tavolino vicino.
Gli sbottonai i pantaloni, mi leccai il palmo della mano, la infilai nelle sue mutande e gli strinsi il cazzo forte. Era già duro, ricoperto da pelle morbida e caldissima.
Andrea aveva abbassato la testa per guardare e aveva dischiuso la bocca, atteggiandola a quel suo broncio eccitato che mi fa sciogliere. Sempre con la mano dentro le mutande a tenergli l’uccello, gli sollevai il mento con l’altra mano e gli ordinai “Tu adesso non molli i miei occhi”.
Ci fissavamo. Occhi negli occhi come la nostra prima volta.
Solo allora gli tirai fuori il cazzo dalle mutande e cominciai a menarglielo. Andavo su e giù con la mano ritmicamente e non mollavo i suoi occhi coi miei. Però accompagnavo la carezza al suo cazzo con piccole smorfie del viso, piccole moine di compiacimento e di approvazione, come a dirgli “Così va bene? Sì? Così ti piace? Bravo…Così… Gustatelo…”
Sentivo la sua eccitazione montare: la vedevo crescere nei suoi occhi che si annacquavano di intensità e la sentivo gonfiare nella mia mano.
Poi chiusi gli occhi e mi fermai, stringendogli forte l’uccello, assaporando le vene dell’asta che palpitavano sul palmo della mia mano.
“Dove ci spinge il desiderio? Ci spinge via da casa” scriveva Kafka.
Era vero. Ero altrove. Lo sarei stata anche se Andrea non fosse stato lì con me. Ero completamente altrove. Ero immersa nel desiderio. Ero il Desiderio.
Riaprii gli occhi e trovai i suoi. “Guardami, non mollare i miei occhi “ ripetei.
Mi sollevai leggermente e scostai le mie mutandine. Erano fradice. Diressi la sua cappella alla mia fica e cominciai a strofinarla fra le piccole labbra. Il rumore che il suo cazzo faceva sfregandosi in quel lago che era ormai la mia passera era osceno ed eccitantissimo.
“Lo senti?” gli dissi “Lo senti quanto ti voglio?”.
Mi mise le mani sulle tempie, esercitando una lieve pressione verso il basso, e io finalmente mi abbassai a prenderlo tutto. Nell’istante in cui entrò totalmente nella mia fica Andrea sospirò vigorosamente e comincio a gemere piano ad ogni successivo respiro. Era la prima volta che accadeva. Si era sempre trattenuto dal manifestare il piacere che provava, adesso invece si stava totalmente lasciando andare senza più pudori. Godetti di quella piccola vittoria.
Anch’io mugolavo e gemevo.
Gli misi le mani sulla faccia e gli accarezzavo il viso, le sue mani accarezzavano il mio.
Non avevamo smesso per un istante di guardarci negli occhi. Avvicinai il mio viso al suo, la bocca alla bocca e cominciammo a respirarci dentro, a baciarci e respirarci, a leccarci le labbra e il respiro, tenendo sempre gli occhi aperti e guardandoci.
Io andavo su e giù sul suo cazzo. Ad ogni affondo mi sembrava di sentirlo più potente, più grosso. Gemevo sempre più forte e anche lui gemeva. Poi cominciai a dondolare avanti e indietro accelerando il ritmo. Edith Piaf, i miei gemiti e i suoi da colonna sonora…
Vidi il mio orgasmo che arrivava nei suoi occhi, il mio piacere, l’arcobaleno su cui avrei scivolato, era vivido nei suoi occhi e sono certa che anche lui vide e sentì arrivare il suo piacere, il suo arcobaleno nei miei.
Godemmo insieme guardandoci.
Godemmo e ci perdemmo, io in lui e lui in me.
Quando sul letto molte ore dopo stavamo per addormentarci abbracciati, Andrea mi disse: “E’ stato bellissimo prima sul divano… Mi ha ricordato un film… ‘Don Jon’, una scena eroticissima in cui il protagonista e Julianne Moore lo facevano così su di un sofà.”
Gli dissi che non avevo visto il film, che lo avremmo visto in futuro insieme ma che ero già certa che quella scena noi l’avevamo sicuramente girata meglio. Ridemmo e ci abbracciammo forte.

Anna Salvaje

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Un pensiero su “04 – DON JON

  1. storia di un altrove.
    lui non è l’altrove, lui è la porta.
    l’altrove di cui parli sei tu, è la donna dentro la donna, invisibile ai più.
    negli occhi di un altro impariamo i colori dei nostri arcobaleni, solo così.
    e forse poco importa che la colonna sonora sia mozart, piaf, oppure lo sciaguattìo dei mari che si mischiano.

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