20 – L’ALTALENA

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Lo aspettavo in camera, l’ennesima. Stavolta rossa, calda e accesa.
Non mi sembrava vero essere di nuovo lì, vivere ancora quell’attesa di lui, di noi, con la consapevolezza esaltante che di lì a poco ci saremmo rivisti.
Mi era mancato tantissimo. La sua assenza era stata così insopportabile che m’era pesata addosso come un macigno.
Mi ero truccata e vestita come una escort di lusso. Avevo sintonizzato la tv su un canale musicale e sorridevo guardandomi allo specchio, perché mi vedevo bella e senza ombre ed è solo quando gli occhi non sono più cerchiati che puoi tornare a disegnar le stelle.
Ero felice, ancheggiavo dolcemente accennando dei piccoli passi di danza e l’attendevo nella camera rossa, fra musica, sorrisi e colori.
Forse racconterò così un giorno se narrerò di noi: parlerò di un tempo in cui la mia vita era un turbinio di musica e colori e io ridevo sempre.
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19 – LA CAMERA BIANCA

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Arrivammo a Santa Margherita Ligure in treno, un giorno di pioggia di fine ottobre. Cinque giorni prima del giorno in cui avrei affrontato una prova importante che la vita aveva deciso di riservarmi.
Era stata una sua idea. La sorpresa, la vacanza, quei tre giorni rubati alla mia quotidianità di madre di famiglia. Tre giorni col ragazzo che adoravo. Via da marito e figli, dal pensiero di quella prova, dal lavoro e dalle preoccupazioni. Via dalla Anna che vestivo tutti i giorni.
Avevamo fatto il check-in ed eravamo al piano, davanti la porta della camera. Dovevo avere un’espressione triste, insolitamente triste, perché Andrea mi prese il viso fra le mani e mi sussurrò che tutto sarebbe andato bene, che tutto si sarebbe sistemato e che dopo sarei stata ancora più bella e luminosa. Lo abbracciai, rispondendo “Lo so”.
In realtà non stavo pensando a quel che mi aspettava fra cinque giorni, che mi preoccupava certo, ma non in quel momento. Pensavo a quanto mi sarebbe piaciuto andare via con lui per sempre, altrove, abbandonare la mia quotidianità, prendermi la mia felicità tutta intera, tutta in un boccone e non a sprazzi e a piccoli morsi, come facevo da un anno e passa. Anche alla luce di quel che di lì a poco avrei affrontato e che mi stava mostrando quanto la vita è un dono, che ti può essere strappato via all’improvviso, senza avvisi, avvisaglie o indizi, né ricevute o premi di una qualche natura se hai fatto “la brava”.
Lo abbracciai ancora più forte. Non saremmo mai andati via per davvero, lo sapevo, ma ero pure assolutamente sicura che non avrei rinunciato a quegli sprazzi di gioia, a quei piccoli morsi di vita, anche a costo di rischiare il reale del mio quotidiano, perché la felicità è riservata a chi non teme d’essere imprudente e irresponsabile.
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18 – FARI D’ESTATE

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Un’altra volta estate. Un’altra estate con lui.
Ero sul treno, avevo deciso di fargli una sorpresa. E di mangiarmi la sua.
Generalmente organizzavamo giornate intere per stare insieme e saziarci di noi: ci rinchiudevamo in una camera d’albergo da mattina a sera e uscivamo solo per mangiare o per andare a qualche spettacolo teatrale.
Quel giorno invece lo avevo chiamato per dirgli che sarei andata da lui per stare insieme solo il tempo di una birra.
Mi guardavo riflessa nel vetro del finestrino e quasi non mi riconoscevo con quegli occhi così concitati, febbrili e adolescenziali. Indossavo un vestito scuro, aderente e scollato ma elegante nella fattura e nel taglio, e tacchi alti. Mi piaceva accentuare il mio abbigliamento da “signora” quando lo incontravo. Un po’ da troia ma pur sempre “signora”.
Ormai era un anno che stavamo insieme, che quella passione mi divorava, che quel vizio di lui non voleva passare.
In genere le mie passioni amorose, per quanto intense, seguivano un ciclo prevedibile. Scintilla, incendio, cenere. Il tutto durava circa tre mesi. Poi magari il rapporto continuava per un altro po’. Per abitudine, per convenienza, per intesa intellettuale. Ma quel delirio febbrile, una volta sopito, spariva irrimediabilmente.
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17 – IL BACIO

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Siamo nella sua casa, nella camera da letto dei suoi che sono in vacanza in montagna.
È primavera. Io sono nella casa di una coppia di una manciata d’anni più grande di me per farmi scopare dal loro figlio 27enne.
Sono esaltata da quando Andrea me lo ha detto al telefono “Stiamo a casa mia ché i miei non ci sono”. La naturalezza e la semplicità con cui lo ha detto mi ha stuzzicata e mandata letteralmente su di giri.
Lui è di là in cucina, gli ho chiesto di portarmi del vino, intanto mi sono spogliata totalmente, lanciando vestiti e lingerie sulla cassapanca addossata alla parete di fronte, e mi sono sdraiata sul lettone, rotolandomici sopra, annusando l’odore di bucato fresco e immaginando lui quella mattina che stendeva lenzuola pulite per noi sul letto dei suoi.
Sono eccitata da impazzire, mi accorgo che le mie gambe non hanno quiete, sono concitate e febbrili: le apro, le chiudo, le accavallo e poi torno ad aprirle mentre mi tocco il seno, mi titillo i capezzoli e continuo a rotolarmi sul letto.
Andrea arriva. E’ bello, emozionato come sempre, ha due calici di vino bianco nelle mani e si avvicina piano guardandomi.
“Fermati” gli dico. Mi metto seduta e spalanco oscenamente le cosce.
Lui si ferma. Lo guardo. Vorrei cominciare a masturbarmi, a fargli uno spettacolino sconcio, ma poi ci ripenso: voglio che mi prenda ora, subito. Voglio trascinarlo immediatamente su questo letto e tra le mie gambe per fargli capire l’entità del mio desiderio, voglio che mi scopi subito con vigore, con rabbia, quasi ad urlarmi che non è un sogno, che non siamo un sogno. Continua a leggere

16 – GOCCE

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Tra i vapori della sauna distinguevo appena i suoi tratti.
Avevamo preso tre giorni per noi ed eravamo andati in una spa resort. Eravamo seduti sulla panca di legno, entrambi nudi e con un asciugamano ai fianchi.
Mi avvicinai a lui, che aveva gli occhi chiusi e forse non se ne accorse. Presi a guardare le gocce di sudore imperlargli la fronte, aumentare di dimensioni e poi, seguendo la linea di gravità, scorrergli sulle tempie e lungo la mascella, per perdersi poi fra i peli della barba che teneva lunga per me, per sembrarmi più grande. Guardavo le gocce di sudore e vapore sul suo corpo, sulle sopracciglia, sulle ampie spalle, sul torace, il ventre, le braccia e le gambe.
Mi feci ancora più vicina e con la punta della lingua fermai l’ennesima goccia di sudore che gli stava scendendo rapida dal sopracciglio, seguendo la scia lasciata dalle altre. Era calda e salata.
Chiusi gli occhi e iniziai a immaginare le gocce che sicuramente gli stavano impregnando il cazzo e le palle, i suoi peli bagnati. Purtroppo non potevo vederlo: lo stretto asciugamano che teneva avvolto sui fianchi occultava e custodiva il mio paradiso.
Anch’io ero sudata, per i vapori e per il desiderio che l’odore di lui e il sapore del suo sudore mi stavano accendendo.
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15 – UN PO’ PORNODIVA

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Il locale è davvero bello. Molto più bello ed elegante del prive’ dove eravamo già stati.
Siamo già saliti nella zona hot, la zona “riservata”, un lungo corridoio in penombra che comunica con molte stanze. Ci avviciniamo all’uscio di quella che è sicuramente “occupata”: sulla soglia stazionano tanti uomini soli che guardano all’interno da cui si odono provenire inequivocabili strilli e gemiti.
Indosso un abito nero, scarpe décolleté con tacco alto e non porto le mutandine. Il programma che abbiamo questa sera è “mostrare lo squirt”, quella nostra magia che rende eresia ogni scienza.
Andrea mi abbraccia e mi sorride. E’ contento e sicuro di sé. Adoro vederlo e “saperlo” così!
Mi bacia dolcemente, poi mi prende per mano e, facendosi spazio fra gli uomini accalcati sull’uscio della stanza, mi conduce all’interno. Mi lascio docilmente condurre e tengo gli occhi bassi. Mi piace che sia lui a portarmi e guidarmi.
Entriamo lentamente nella stanza e ci mettiamo vicini alla parete in fondo. Andrea rivolge le sue spalle al muro e io mi piazzo davanti a lui volgendogli le mie.
Sento il suo corpo muscoloso e caldo addossato al mio, il suo bacino che spinge contro le mie natiche, le sue forti braccia che mi circondano da dietro, il suo respiro fra i miei capelli.

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14 – LA RADIOGRAFIA DEL MIO PIACERE

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Stavamo facendo l’amore da due ore quando mi fece alzare e mettere in piedi davanti lo specchio. Nuda. Le gambe divaricate.
Lui stava dietro me, il braccio sinistro attorno al mio collo, il braccio destro che mi circondava la vita e con la mano mi accarezzava la fica.
Intanto affondava il viso fra i miei capelli e mi parlava all’orecchio.
Cos’era? La sua voce sfrontata? O la spudoratezza di quel che diceva? O il fatto che lo diceva e che sapevo sapeva l’effetto che mi faceva? Mi sussurrava quello che provavo, mi descriveva quello che sentivo quando il grilletto si gonfiava, quando sarebbero arrivati altri brividi e dove mi avrebbero scossa, anticipava nel dettaglio ogni mia sensazione…
Era proprio questa la cosa pazzesca: che lui lo sapeva davvero! La sua voce mi confermava che “sentiva” davvero quel che provavo. Quel che diceva era esattamente quello che sentivo: era la radiografia del mio piacere… Continua a leggere

13 – PATRIZIA E LA MAGIA

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Andrea aprì la bottiglia e versò il vino, ostentando una disinvoltura che io sapevo essere assolutamente non vera. Gli guardavo la mano tremante che versava da bere e gli occhi esaltati e smarriti. E mi eccitavo, perché lo sentivo consapevole che aveva due donne per sé ed io ero consapevole che di lì a poco lo avrei visto scopare un’altra, mi sarei appropriata di quel momento, lo avrei fatto mio pure a quel modo, come in genere una donna non fa il proprio uomo.
Eravamo in una camera dell’albergo dove andavamo più spesso.
Patrizia era fra di noi, bella, alta, grandi tette, capelli neri corti, occhi grandi e una bocca perennemente atteggiata al sorriso.
Avevo conosciuto Pat tre anni prima, grazie a un mio amante parecchio fantasioso conosciuto nel sito di incontri.
Quell’uomo un giorno mi aveva invitato ad andare nel suo studio dove lui e una donna a me sconosciuta mi avrebbero messa al centro dell’attenzione. Quello fu un pomeriggio particolare e deliziosamente erotico. Patrizia era una 32enne bellissima e sexy, sorrideva sempre e aveva sempre una voglia matta di giocare e fare all’amore. Poi quel mio amante era finito nel dimenticatoio insieme agli altri,  ma con Pat  avevo mantenuto un contatto fatto di sporadici sms giocosi o di vignette simpatiche su whatsapp. E un paio di volte l’avevo pure coinvolta in gustosi giochini a tre con qualche amante con cui intrattenevo una relazione un poco più “stabile”.
Mi piaceva fare l’amore con lei: era una di quelle rare donne che mi stuzzicano i sensi per davvero e anche lei adorava far l’amore con la “signora bella” (è così che mi chiama).
Le telefonai a metà gennaio e le chiesi se avesse voluto fare impazzire insieme a me un bellissimo ragazzo di 26 anni. La risposta di Pat fu proprio quella che prevedevo: “Certo signora bella”. Ci accordammo e decidemmo che lei ci avrebbe raggiunti direttamente in albergo.
Avevamo brindato e bevuto. Eravamo in piedi davanti al letto. Io e Pat l’una di fronte all’altra e Andrea al nostro fianco.
Avvicinai il viso a quello di lei.
Dapprima sentii il sapore del suo rossetto e lo leccai.

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12 – ATAME !

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“Vorrei che mi legassi” gli scrissi qualche giorno prima del nostro appuntamento settimanale. “Lo faccio” rispose lui, così,  semplicemente,  con la rapidità e il coraggio di osare di sempre, nonostante la sua inesperienza (in verità sempre più ridotta grazie alla nostra relazione).
Era questo che mi piaceva da morire di Andrea, la sua capacità di mettersi in gioco nonostante l’emozione, il suo candore che diveniva d’un tratto spudorato e sfrontato senza perdere mai la sua intima essenziale innocenza. E mi piaceva da morire essere “la prima” per lui, …la prima che lui aveva inculato, la prima che lo aveva bevuto, la prima a cui aveva detto sconcezze,….
Mi piaceva essere il suo …battesimo porno!
Ci vedemmo nell’albergo della nostra prima volta vicino la stazione e ci diedero una camera al piano terra, vicina alla 110, quella che era stata “la nostra”.
Passando davanti la 110 ebbi un fremito e nel medesimo istante Andrea mi strinse più forte la mano. Ci guardammo. Avevamo gli occhi carichi di passione, della “nostra” passione, e ci sorridemmo consapevoli.
Una volta in camera mi avventai su di lui con la fame di sempre…. la bocca che lo cercava, la lingua che lo inseguiva, le mani che gli percorrevano il corpo insinuandosi sotto la giacca, le dita che frugavano, tastavano, scostavano tessuti a cercare pelle e calore. E intanto gli sussurravo frasi concitate fra un bacio e l’altro, fra un morso e l’altro.
Lui per un po’ mi assecondò abbandonandosi al desiderio di me, mi teneva le mani sui fianchi inarcando il bacino per farmi sentire il cazzo già duro contro il bassoventre, si muoveva incoraggiando e favorendo gli spasmi del mio corpo che voleva aderire il più possibile al suo, rispondeva ai miei baci, lasciandosi succhiare la lingua e succhiando la mia.
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11 – MIELE E DELIZIA

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Ricordo tutte le volte che ci siamo visti. Il primo momento di ogni volta. Di tutte le volte.
Quel suo titubante “Anna?” nella hall dell’albergo la prima volta. L’abbraccio forte e il tuffo della sua bocca fra i miei capelli la seconda volta, quando avevo deciso che mi avrebbe aspettato in camera. Il suo sguardo eccitato della terza volta, quando in camera dovevo aspettarlo io e mi feci trovare con una tuta nera di pizzo che ricopriva per intero il mio corpo (mani e piedi compresi) con un foro all’altezza di fica e culo. Una Eva Kant in versione porno.
E poi tutti i lanci nelle braccia l’uno dell’altra nelle varie stazioni ferroviarie, sulle banchine della metro, nelle camere di albergo. O il calore di quella volta che vinse il freddo dicembrino quando, per scelta, avevamo deciso di vederci e di non toccarci per un’ora almeno.

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10 – JULIJA SUI TUBI

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Fermai un tassì e salimmo. L’autista, un milanese di circa 60 anni, chiese dove volessimo andare e io, con voce cantilenante e un poco da cretina, risposi: “Veramente non lo so. Volevo portare mio nipote in un locale di lap dance, ma non ne conosco nessuno. Lei può aiutarci?”.
Il tassista mi guardò dallo specchietto retrovisore con uno sguardo interessato, poi esclamò: “Vent’anni che faccio il tassista a Milano ed è la prima volta che una donna mi chiede di andare in un locale di lap dance! Ok signora. Vi porto io in un bel locale!”
“Grazie” dissi e poi, mentre prendevo la mano un po’ fredda di Andrea e me la mettevo sotto il vestito fra le gambe, nel tepore che c’era fra quelle strisce di pelle calda delle mie cosce che rimaneva scoperta tra l’autoreggente e le mutandine. “Lei è davvero gentilissimo. Ah sa?… Lui non è mio nipote..”
Il tassista scoppiò in una fragorosa risata e Andrea arrossì. Risi anch’io e chiesi “Lei non ha mai avuto una nipote?”
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09 – RISVEGLI

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Quando è disteso con gli occhi chiusi, fragile, stanco, dopo un giorno intero passato a farci l’amore, e si addormenta, mi piace stare sdraiata, nuda e addossata a lui, al suo corpo languidamente rilassato, pelle contro pelle, calore con calore.
Mi piace guardarlo da vicino, guardargli il viso, le ciglia che vibrano un poco se sta sognando, la bocca un poco dischiusa, la barba che si è fatto crescere per me, per sembrarmi più grande, i capelli neri e un po’ lunghi, tenuti così perché io adoro toccarglieli, passarci le dita.
“Cosa vuoi..?” gli dico piano per non svegliarlo, “Vuoi la mia mente? Te la do. Il ventre che ha dato la vita? Il seno che ha allattato? Te li do. Vuoi il cielo? Te lo prendo e te lo do. Ti do tutto. La mia follia, le mie rughe, i miei segreti, la passione, l’incanto….” Continua a leggere

08 – UNA BIONDA AL PRIVE’

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Stavamo insieme da tre mesi quando gli chiesi di andare a un prive’. Ne trascorse un altro di opera di persuasione su di lui (“Dai amore, guarderemo e basta.”, “Curioseremo in giro e se saremo a disagio andremo via”,…). Alla fine Andrea accettò.
Era un bel locale, di classe, elegante. Molte coppie di bella presenza e pochi uomini soli.
Ero elettrizzata, tesa (ma di quella tensione che ti fa respirare vita nell’aria), febbrilmente in “attesa”. Andrea era imbarazzato ma eccitato e curioso. Non so esattamente cosa mi aspettassi o cosa cercassi, ne’ quanto ci saremmo “spinti”.. So che il solo fatto che Andrea aveva ceduto al mio desiderio e alla sua curiosità mi eccitava ed esaltava.
Bevevamo e ridevamo. Eravamo come in attesa. Probabilmente pensavamo che da un momento all’altro una coppia si sarebbe avvicinata a noi e che avremmo iniziato una conversazione stuzzicante
Invece.. d’improvviso la sala si svuotò, come se fosse suonata la campanella della ricreazione. Io e Andrea ci guardammo e, dopo i primi istanti di stupore e perplessità, ci recammo nella zona prive’ dove verosimilmente erano andati tutti.
Un’accozzaglia di corpi nudi, sconosciuti e anonimi si stava accoppiando senza regole geometriche. Non c’erano sguardi di intesa, assonanze, armonie, nulla di nulla. Non avvertii nessuno stimolo erotico. Semmai una sensazione di “interscambio” asettico, di privazione totale di individualità e sessualità.
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07 – IL SUO ODORE

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Come è possibile che ogni volta che mi avvicino a lui, che sento il suo odore, che sento nella bocca il suo respiro… la fiamma nel mio bassoventre si accende e mi fa sciogliere?
Ogni volta, varcata la soglia di una nuova stanza, l’aria si accende e si fa elettrica, viva e vibrante. Lui è con me. E ci sono i colori. Non c’è cappa di grigio che tenga, ché il grigio ed ogni sua sfumatura sono rimasti fuori la porta.
Mi piace avvicinarmi quando siamo ancora interamente vestiti, gli dico di stare fermo, di dischiudere la bocca e di restare immobile.
Allora chiudo gli occhi e respiro forte avvicinandomi..
Stiamo in silenzio, ascolto il rumore dei miei movimenti, dei miei abiti, dei tacchi sul pavimento. Ad occhi chiusi mi faccio sempre più vicina, sento il suo odore sempre più forte mentre la mia bocca cerca il suo respiro. Continua a leggere

06 – UNA NUOVA LETIZIA

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“Non vuoi farmi il culo?” gli chiesi un pomeriggio. Così d’improvviso, mentre eravamo nudi sul letto, gambe e braccia intrecciate, spossati d’amore.
Lui arrossì fino alla fronte. Avevo già capito che non aveva mai preso una donna in quel modo e me lo confermò comunque lui poco dopo. Ci vedevamo da più di due mesi e un potente indizio che fosse inesperto al riguardo era sicuramente il fatto che non me lo avesse mai chiesto e che non avesse nemmeno tentato un debole approccio durante gli amplessi (ci sono uomini che non te lo chiedono: tu stai lì a pecora, convinta che stanno per farti la fica, quando senti un cazzo che preme forte contro il tuo buchetto. Generalmente in quei casi mi giravo e mollavo una sberla al cafone di turno).
Ho un bellissimo culo, qualcuno lo ha definito “un culo che parla”… Continua a leggere

05 – QUEL GIORNO AL PARCO

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Stavo ricordando quella volta che una sera avemmo una piccola incomprensione al telefono.
Il giorno dopo me lo ritrovai alle 8 del mattino sulla banchina della metro, alla fermata dove scendo per cambiare linea. Ci abbracciammo subito e subito ci ritrovammo.
Avevamo pochissimo tempo: avevo chiamato in ufficio ma ero riuscita a prendere solo un’ora.
Andammo in un bar a fare colazione e dopo lo portai al parco. Mi era venuta voglia di gustarmelo così… all’aperto, come un’adolescente.
Glielo dissi. Andrea era timoroso ma a me la cosa esaltava. Parecchio. L’idea che ci potessero vedere e i suoi occhi spalancati quando gli dissi che volevo fargli una pompa lì erano un mix di eccitazione micidiale.
È deliziosamente erotico quando un ragazzo giovane si “affida” a te… vederlo strabuzzare gli occhi per le cose “estreme” che gli fai e gli fai fare è davvero afrodisiaco ed eccitante.
Si sedette su una panchina e io mi sdraiai con la testa sul suo pacco. Continua a leggere

04 – DON JON

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Era piena estate. Ero stata trattenuta in città dal lavoro. Marito e figli al mare.
Una sera lo invitai a casa. Avremmo ordinato una pizza e ascoltato musica.
Quando citofonò gli aprii senza rispondere, scala e piano glieli avevo già forniti al telefono. Mi piaceva tenerlo sulle spine e volevo che giungesse a me sempre emozionato e un po’ in soggezione. Quando sentii l’ascensore che stava arrivando aprii di poco la porta e mi misi dietro l’anta. Avevo indossato un négligé nero che esaltava il mio corpo attraente, era aderente e corto a mostrare le gambe liscie e abbronzate, il culo rotondo e sodo, la vita stretta e, in trasparenza, il seno con i capezzoli grandi. Indossavo sandali coi tacchi altissimi e avevo truccato solo la bocca. Dallo stereo si diffondeva l’allegro iniziale della Piccola Serenata Notturna di Mozart.
L’ascensore arrivò. Quando capii che lui era dietro la porta misi fuori un braccio e lo tirai dentro casa e fra le mie braccia. Volevo fosse investito di botto dal mio odore, dal mio profumo, dal mio calore. Mi addossai tutta a lui, cercando di aderire il più possibile al suo corpo. Andrea mi stringeva forte, lo fa sempre quando ci vediamo, sembra voglia stritolarmi con le sue braccia possenti. Ci baciammo a lungo, continuando a sorriderci e a sussurrarci “Ciao” ad ogni bacio.
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03 – LA PRIMA VOLTA

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La 110 era situata al piano terra. A 6 metri circa dal banco della reception. Entrammo. Andrea aveva i modi impacciati, quasi indecisi. Era palese che quella era una situazione che non gli era per nulla familiare. Al contrario di me: gli innumerevoli amanti avuti negli ultimi due anni mi avevano resa sciolta e spigliata quando con un uomo semisconosciuto varcavo la soglia di una nuova camera di hotel o motel!
Decisi di imbarazzarlo ulteriormente e assunsi una espressione seria, quasi lievemente scocciata.
Mi mossi nella stanza con ostentata disinvoltura. Eravamo in silenzio, c’era solo il rumore dei miei tacchi che si muovevano sul pavimento. “Vado al bagno” dissi. E mi chiusi alla toilette. Sentivo i suoi movimenti al di là della porta chiusa. Me lo immaginavo che vagava nella stanza, che si chiedeva se fossi arrabbiata o meno e perché, che attendeva quello che sarebbe successo, che si interrogava se forse avesse sbagliato qualcosa o avesse detto una frase fuori posto.
Mi fumai una sigaretta in bagno, sorridendomi sorniona allo specchio. Poi uscii.
La stanza era al buio, Andrea si era seduto sul letto davanti alla tv accesa, ma sintonizzata su nessun canale. “È bello quello che stai guardando? ” gli chiesi prendendolo in giro e chiamandolo per cognome. Poi mi piazzai in piedi fra lui e il televisore, col mio culo all’altezza del suo viso, ripetendogli “E’ bello quello che stai guardando?”

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02 – L’APERITIVO

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Il mio dito percorreva lentamente il bordo del bicchiere di Campari. Freddo. Rosso. Brillante.
Eravamo al tavolo di un bar. Andrea era seduto rigidamente, le gambe ancorate alla sedia. Sembrava teso e nervoso, quasi diffidente.
Smisi di guardarlo e presi a seguire con gli occhi il movimento del mio dito che percorreva il bordo del bicchiere, la mia unghia rossa che colpiva il vetro.
Forse gli apparivo annoiata e distratta, ma ero invece interessata e attentissima.
Sapevo che lui mi guardava: percepivo il suo sguardo e la sua emozione. Ogni tanto sollevavo il viso e gli piantavo spudorata gli occhi negli occhi. Occhi di donna quarantenne, attraente e sicura, dentro occhi di ragazzo 26enne emozionato e intimidito.
Era attratto da me. Inequivocabilmente. Continua a leggere

01 – LA PROPOSTA INDECENTE

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Ho conosciuto Andrea in un sito di incontri extraconiugali. Ero iscritta da un paio di anni, periodo in cui ero stata contattata ed ero uscita con molti uomini, tutti appartenenti al medesimo target. Uomo, sposato (come lo ero io), 40-50 anni, professionista affermato, elegante, brillante, in cerca di evasione e complicità.
Di solito il copione prevedeva aperitivo, cena, gite in magnifici alberghi e scopate di ottimo livello. Il tutto durava qualche settimana, poi regolarmente mi stancavo e mi annoiavo. E quell’amante finiva nel dimenticatoio insieme agli altri, a tutti quelli di cui ricordo solo vagamente il nome, ma non un’immagine, un sogno, un’idea.
Andrea mi contattò un pomeriggio e sinceramente non so nemmeno perché gli risposi: non corrispondeva affatto a quel target, anzi. Giovane, 26 anni, single, studente. In genere a quel tipo di utente non rispondevo mai. Con lui invece lo feci. Forse perché mi scrisse una battuta sciocca e ingenua e io non volli perdere l’occasione per sottolineare la banalità della sua osservazione e in qualche modo mortificarlo. Lui si scusò per la battuta e scriveva un italiano corretto. Questo mi spinse a continuare a chattare con lui.
Dalla chat passammo presto al telefono e a whatsapp.
Ma, credetemi, non avevo nessuna intenzione di incontrarlo: troppo fuori dai miei schemi! Però chiamarlo ogni tanto mi divertiva, mi metteva allegria imbarazzarlo, mandargli qualche mia foto particolare (un dettaglio della mia scollatura, di una caviglia, di una gamba). E lo invitavo a mandarmi file vocali della sua voce, di frasi contenenti la lettera “r” (Andrea ha un modo tutto suo di pronunciare la “r”). Gli dicevo di essere curiosa di vedere come si atteggiasse la sua lingua per emettere il suono della erre in quel modo. Generalmente dopo queste mie osservazioni lui stava zitto al telefono, capivo che non era abituato a conversazioni cariche di doppi sensi (conversazioni che io invece adoro) e allora per divertirmi alzavo il tiro .
Ma non era comunque nei miei programmi incontrarlo. Affatto.
Però accadde.
Un giorno che ero particolarmente annoiata gli scrissi senza nemmeno pensarci.
“….e se ti facessi una proposta indecente?” scrissi.
“Accetterei” rispose lui.
“Prendi una camera in un albergo. Scrivimi la via e il numero della stanza. Io vengo da te e mi prometti che ti lasci annusare tutto. Poi magari ci vediamo un film insieme.”
“Va bene. Lo faccio.” Mi scrisse.
Ero rimasta sorpresa, non mi aspettavo il suo immediato assecondare quella mia proposta folle e in qualche modo anche rischiosa (del resto ero una totale sconosciuta). Ma siccome sorprendermi è tra le emozioni che preferisco ed è sempre più raro che io trovi persone che sappiano farlo, ormai quella sera non avrei rinunciato per niente al mondo di raggiungere in una stanza di albergo un giovane e sconosciuto ragazzo di 26 anni per “annusarlo tutto”.
Era quasi estate. Avevo indossato un vestitino elegante molto scollato e sexy, scarpe tacco 12, capelli freschi di parrucchiere e trucco accesissimo. Appena scesa dal taxi che si era fermato di fronte l’albergo pensai subito alla possibilità che il portiere poteva seriamente scambiarmi per una escort, ma questo pensiero, invece di imbarazzarmi o intimidirmi, mi eccitò in una maniera clamorosa.
“Se il portiere deve prendermi per una puttana che almeno mi prenda per una gran bella puttana!” pensai. Mi ripassai un altro strato di rossetto, allargai ulteriormente la scollatura del vestito ed entrai nella hall.
Dissi che dovevo andare alla 110 e che ero attesa da un ragazzo.
Sono certa che il pensiero “E’ una puttana” passò nella mente dell’omino, anche se altri indizi (dalla mia voce, al vestito elegante, alla fede all’anulare sinistro) suggerivano che forse ero “una signora”.
A confermare però all’omino che ero una “signora ma anche puttana” ci pensò Andrea che, uscito dalla stanza, si era avvicinato al banco della reception e mi chiedeva con tono interrogativo e voce insicura “Sei tu Anna…?”.
Cazzo! Quale donna, di cui non si è certi dell’identità, viene attesa in una camera di hotel se non una puttana??
In un altro momento tutto questo mi avrebbe irritato e fatto incazzare, invece lo trovai divertente, sexy e dannatamente eccitante. E poi Andrea era così bello, giovane, alto, un corpo magnifico e degli occhi intensi e intimiditi. Era così diverso dai miei soliti amanti…
Risposi che Anna ero io ma che prima di andare in camera avrei voluto prendere un aperitivo con lui nel bar di fronte. Poggiai con sicurezza il mio documento sul banco della reception (documento su cui il portiere avrebbe letto la mia età e il mio stato civile di coniugata) e uscimmo.

Anna Salvaje